Racconti di Viaggio


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Martinelli's Dinasty
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 Martinelli's Dinasty
 by Alberto
data: 01/05/2005 
luogo: Panama 

Martinelli's Dinasty




Era il 1996 quando, per la prima volta, venni a Panama per un breve viaggio di lavoro.



A quel tempo vivevo a Minneapolis dove avevo appena cominciato a lavorare per ConAgra, una società con oltre ottantamila dipendenti in tutti gli Stati Uniti che commercializzava e distribuiva prodotti alimentari.



Io ero stato assunto da una delle trading companies del gruppo con la qualifica di ‘vice assistente merchandiser’, ma siccome ero stato subito affiancato ad un altro ragazzo che aveva il mio stesso titolo, ma più esperienza di me, mi divertivo a pensare che in fondo ero soltanto ‘l’aiutante del vice assistente merchandiser’. In pratica, appena un gradino più alto del ‘mailboy’, il ragazzo che ogni giorno girava sul trading floor spingendo un grosso carrello e consegnando la posta agli oltre duecento impiegati del mio piano.



La mia divisione era composta principalmente da ‘merchandiser’ che avevano il compito di acquistare le materie prime direttamente dagli agricoltori (soprattutto granturco, frumento e semi di soia) e dai ‘trader’ che svolgevano il compito ben più delicato di vendere la merce sul mercato e di effettuare le operazioni di copertura sfruttando la liquidità dei ‘futures’ trattati al CBOT, la Borsa di Chicago.

I clienti erano sia pastifici e mulini operanti sul mercato domestico, sia governi di Paesi stranieri (come la Cina o lo Sri Lanka) che ogni anno acquistavano da noi grosse partite di commodities agricole. Facendosele trasportare via nave attraverso l’oceano.



Tra i problemi con la lingua e quelli relativi alle procedure operative del mio ufficio, stavo ancora cercando di ambientarmi nel nuovo ambiente di lavoro e, proprio per questo, rimasi molto colpito quando uno dei trader più anziani e antipatici del floor si fermò di fronte alla mia postazione e mi chiese di accompagnarlo per un breve viaggio d’affari a Panama.

In realtà l’invito esisteva solo nella forma, perché sapevo benissimo che, a una richiesta del genere, non ci si sarebbe potuti rifiutare, ma l’idea di seguire un grande venditore anche solo per reggergli la borsa o conservare le sue note spese, mi attraeva moltissimo e rimasi eccitato per tutta la settimana fino al momento della partenza.



Gordon era conosciuto da tutti come un venditore eccezionale, un vero asso nel concludere un affare, ma era anche particolarmente arrogante e presuntuoso e si divertiva a sfottere e maltrattare tutti i neoassunti dell’ufficio, soprattutto quelli più timidi che non avevano il coraggio di rispondergli a tono e pertanto subivano le sue angherie in silenzio.



Dopo un volo diretto Minneapolis-Panama con la KLM, cambiamo aereo e ci imbarchiamo su un piccolo Piper da quattro posti, diretto nella regione di Darién, vicino al confine colombiano. Sull’aereo mi vengono ripetute le ultime raccomandazioni.



- “Mi raccomando, questi signori che stiamo per incontrare sono personaggi un po’ ‘particolari’, quindi non parlare a meno che non vieni interpellato, mostrati sempre cordiale anche quando la situazione dovesse diventare tesa e soprattutto cerca di mantenere un atteggiamento serio e professionale. Se fai il bravo e mi osservi bene, potresti anche imparare qualcosa.”

- “Un po’ ‘particolari’ in che senso?”

- “Non abbiamo mai chiuso un affare con loro, hanno sempre lavorato con Cargill o Dreyfuss che hanno uffici sul territorio e agenti locali che parlano spagnolo. Non amano molto gli americani.”

- “Ma io non sono americano.”

- “E che c’entra questo? Sei italiano no? È anche peggio.”



Sorvoliamo la foresta panamense dirigendoci verso sud e alla fine ci tuffiamo letteralmente sopra gli alberi atterrando in pochi secondi su una pista in terra battuta larga solo qualche metro, che sembra essere spuntata dal nulla. Attorno a noi non ci sono né case né costruzioni di alcun genere, ma alla fine della pista, di traverso, un grosso Range Rover ci sta aspettando con il motore già acceso.



Ci sediamo sui sedili posteriori e ci rendiamo subito conto che l’uomo alla guida non è il nostro interlocutore e che non spiccica una parola di inglese. In realtà avrebbe potuto benissimo essere sordomuto dato che i nostri tentativi di comunicare con lui vengono ignorati per tutto il viaggio.

Porta un paio di grossi Rayban con le lenti a specchio e la parte inferiore del viso è quasi interamente nascosta dai folti baffoni neri ben curati. Il Range Rover sembra addirittura troppo piccolo per la sua stazza, ma lo guida agilmente a una velocità forse un po’ troppo elevata per il tipo di terreno che stiamo attraversando.

Gordon che come tutti gli americani non è abituato a superare i 110Km orari, soprattutto su strade sterrate, ha gli occhi spalancati ed entrambe le mani serrate sul poggiagomiti di fianco a lui.



Passiamo diversi paesi (nessuno dei quali con una strada asfaltata) prima di arrivare a destinazione. La macchina si ferma proprio di fronte a un ristorante dove l’autista entra, facendoci strada.

Attraversiamo una prima sala piena di tavoli e di gente che sta tranquillamente pranzando ed entriamo in una seconda, delle medesime dimensioni, dove però vi è un solo tavolo, esattamente al centro, con sei o sette persone sedute ad aspettarci e l’aria visibilmente seccata.

Lungo le pareti della stanza, alcuni uomini armati di mitragliatori ci osservano con lo stesso sguardo poco amichevole.



Gordon è leggermente impacciato nei movimenti, ha un sorriso stampato sul viso e suda vistosamente. Sicuramente un po’ troppo perché sia solo dovuto alla temperatura del locale.

Anch’io sono nervoso. Non è sicuramente quello che mi aspettavo alla prima visita con un cliente importante, ma mi limito a seguire i consigli del mio capo: sto zitto e lo osservo mentre procede con le presentazioni e i ringraziamenti che, tuttavia, non sembrano impressionare gran ché i padroni di casa che si limitano a fissarci con un espressione sempre più torva e minacciosa.



Finalmente ci sediamo anche noi e cominciamo a far passare i nostri biglietti da visita, rituale immancabile che precede qualsiasi riunione di lavoro. Quando uno dei miei cartoncini raggiunge, alla fine, anche l’uomo seduto a capotavola – l’unico con la cravatta -, lo sento pronunciare le prime parole dal nostro arrivo:



- “Alberto Di Stefano?” Il tono della voce è incerto, quasi stupito. “Italiano?”

- “Yes.... ehm, cioè... si”, rispondo più sorpreso di lui.

- “Ma aqui somos tutti italiani! Che bellissima sorpresa... vieni a sederti a fianco de mi e raccontami che cosa tu haces aqui in Panamà.”



Un sorriso a trentadue denti si apre sul suo viso facendo risaltare i lineamenti di una faccia simpatica e allegra. Anche gli altri partecipanti alla riunione a questo punto mi osservano sorridendo e uno mi cede addirittura la sua sedia e mi invita a sedermi.

L’italiano con cui l’uomo dalla cravatta mi si è rivolto è inframmezzato da parole spagnole e sono ancora perplesso.



- “Ma sei veramente italiano?”

- “Di origine, claro. Ma mi moglie tiene un cognome muy italiano, se llama Martinelli”

- “Martinelli? Anche il nome di mia madre da nubile è Martinelli!”

- “Caramba! Entonces siamo PARENTI tu y yo!!”



Da non crederci. Roba da far venire il sospetto di essere su Candid Camera o in qualche dimensione parallela ai confini della realtà.

Quante probabilità esistono di incontrare un parente durante una riunione di lavoro in un paese di mille abitanti in mezzo alla foresta panamense? Certo contraddirlo non sarebbe una cosa molto saggia e concordo con lui che sicuramente siamo parenti. Direi addirittura... parenti molto prossimi.



Una delle guardie armate alle nostre spalle si stacca dal muro, dopo che l’uomo della cravatta gli ha impartito un ordine secco, e corre fuori della stanza. É andato a prendere la moglie Martinelli a casa per portarla qui da noi.

In tutto questo trambusto, il povero Gordon è rimasto isolato in fondo al tavolo, lasciato da solo a osservare la scena grottesca che si stava svolgendo, non capendo una sola parola di quello che ci dicevamo, ma continuando a sorridere e cercando il momento giusto di inserirsi nella conversazione.



- “Alberto, do you know this people?



E proprio prima che io potessi rispondergli, come una secchiata d’acqua gelata che colpisce il malcapitato senza preavviso, l’uomo dalla cravatta si gira nella sua direzione mostrando lo stesso sguardo scuro e deciso con cui eravamo stati accolti al nostro arrivo e gli si rivolge con il tono di chi è abituato a impartire ordini senza discussioni:



- “You shut up, gringo.”



(continua)

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