Racconti di Viaggio


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(Transpacifica, 22 Giugno)
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 Passatempi
 by Alberto
data: 22/06/2005 
luogo: Transpacifica 

Passatempi




Come ammazzano il tempo due americani e un italiano a bordo di un catamarano durante una traversata oceanica di venti giorni (speriamo meno)?



Durante il proprio turno di guardia (ogni sei ore) si regola il fiocco o lo spi, la randa, tutti i carrelli.

Magari si arma anche un buttafuori e qualche barberhaul. Purtroppo, una volta messe a segno le vele e impostato il pilota automatico sulla giusta rotta, potrebbero passare giorni prima di una strambata o anche solo di una ‘cazzatina’. Gli alisei sono rinomati per la loro scarsa fantasia e i colpi di scena sono abbastanza rari.



Nelle pause tra un turno e l’altro, quando non si dorme, si preparano le lenze e le esche, si studia un po’ di francese (giusto per non arrivare in Polinesia proprio a zero), si effettuano piccoli lavori di manutenzione alla barca, si fa girare il generatore per caricare le batterie, ma soprattutto si legge molto, si ascolta la musica, si prende il sole...



I momenti più ‘sociali’ a bordo sono verso la tarda mattinata o al tramonto, quando generalmente siamo tutti e tre svegli e allora mentre si cucina, ci sintonizziamo con la radio per il consueto appuntamento quotidiano. C’è una piccola flottiglia di barche a vela dirette come noi alle Marchesi e, durante la trasmissione, ognuno comunica la propria posizione, rotta e velocità, descrivendo le condizioni meteorologiche della zona in cui si trova, eventuali problemi a bordo, oppure semplicemente la cattura di un qualche improbabile ‘mostro marino’ caduto vittima di un’esca formidabile.



Finito il collegamento, ritorniamo tutti alle nostre responsabilità quotidiane.

Il libro. Le cuffie. La crema.

Oppure le carte...



Siamo soprattutto io e Tom a lanciarci in lunghe sfide appassionate. Dopo un po’ ci annoiamo e cambiamo gioco. Gin Rummy, Canasta, Hearts, Poker... Ho provato anche a insegnargli a giocare a Scopa ma, come Troisi e Benigni con Leonardo in ‘Non ci resta che piangere’, non ho avuto il successo che speravo.



Il nostro gioco preferito è indubbiamente il Bridge, che purtroppo si può giocare solo in quattro.
Tuttavia sul ‘Hoyle’s Rules of Games’ (A. H. Morehead), un vecchio libro di David che illustra oltre trecento giochi di carte, abbiamo trovato le regole di una variante del ‘Whist’ che si gioca in... due. E le regole sono semplicissime.



Si utilizza un normale mazzo di 52 carte e il mazziere ne distribuisce 13 a testa lasciando le rimanenti 26 sul tavolo in mezzo ai due giocatori.

Chi non ha dato le carte, attacca per primo scegliendone una dalla propria mano. L’avversario risponde nello stesso seme e la carta più alta si aggiudica la presa. In questa fase non esiste atout e qualora non si avessero più carte nel seme giocato dall’avversario si è costretti a scartarne un’altra e a rinunciare alla presa.



Dopo ogni giocata si pesca dal mazzo una nuova carta così da averne sempre 13 a disposizione e attacca per primo chi si è aggiudicato l’ultima mano.

Quando il mazzo è terminato, comincia la fase di ‘dichiarazione’. A cominciare da chi ha dato le carte, i due giocatori scommettono sul numero di prese che sono convinti di fare dichiarando allo stesso tempo il seme di atout che intendono adottare. Come a Bridge, si può scommettere un minimo di 7 prese e un massimo di 13.

È ovviamente possibile rilanciare sulla dichiarazione dell’avversario e chi alla fine avrà effettuato la scommessa più alta sarà impegnato a mantenere il suo contratto, mentre l’altro dovrà cercare di impedirglielo portando a casa il maggior numero di prese possibile.

Le prese effettuate nella prima parte del gioco, quando ancora il mazzo non era stato pescato completamente, non vengono considerate utili ai fini del contratto e alla fine della partita si contano solo le ultime tredici.



Fin qui, direte voi, sembrerebbe solo una brutta copia dell’originale. Tra l’altro è completamente assente uno degli aspetti più affascinanti del Bridge che è la ‘licita’, una sorta di linguaggio in codice che serve a comunicare al proprio compagno forza e distribuzione della mano, al fine di stabilire il ‘contratto’ migliore.

Anche il ‘gioco della carta’, una volta effettuata la scommessa finale, è privo di quelle sottili finezze che caratterizzano i problemi con il ‘morto’: nessun inpasse o expasse da fare, nessun ‘avversario pericoloso’ da evitare – o meglio, sempre lo stesso –, impossibile il trucco di ‘eliminazione e messa in presa’, da scordarsi qualsiasi speranza di squeeze. Insomma un gioco abbastanza monotono. Due discreti giocatori di Bridge, dopo aver dichiarato, potrebbero tranquillamente abbassare le proprie carte e contare le vincenti, senza doverle giocare una per volta.



Paradossalmente è la fase iniziale del gioco, quella in cui ancora le prese non contano, che presenta qualche aspetto meno banale e più tecnico: la scelta delle carte da giocare e di quelle da tenere.



Nelle prime partite entrambi ci limitavamo a giocare le carte più basse nei semi più corti tenendo in mano gli ‘onori’ e cercando di difendere il palo più lungo che sarebbe poi diventato la nostra atout. Ma siccome chi vince la presa sceglie la carta successiva, ci siamo subito resi conto che rimanere in mano aveva un certo valore, soprattutto verso la fine del mazzo.

L’avversario, infatti, molto probabilmente sarà ‘corto’ nel nostro seme più ‘lungo’ e tenterà di eliminare carte inutili giocando quel seme ogni volta che ne avrà la possibilità.



In linea di principio non si deve mai giocare una carta in un seme giocato dall’avversario.

Qualora possedessimo anche noi poche carte nel colore, vorrà dire che le rimanenti sono tutte ancora nel mazzo e le probabilità di pescarle sono elevate.

Ovviamente, sapendo ciò, un bravo giocatore deve anche saper bluffare e giocare una cartina in un seme che gli interessa solo per confondere l’avversario. Come sempre, ogni regola ha le sue eccezioni...

Gli onori più alti vanno ‘protetti’. Ciò significa che con A7 in un colore è meglio evitare di giocare il 7 (a patto di non essere verso la fine del mazzo) per non essere costretti a bruciare l’asso alla mano successiva su una cartina dello stesso seme. La stessa logica sconsiglia di giocare un singleton.



Ricordarsi le carte uscite è un po’ più complicato che non a Bridge in quanto queste escono due per volta e non quattro a quattro. Se fate fatica a tenerle a mente, ricordatevi almeno quelle nel vostro palo più lungo e limitatevi a memorizzare gli onori giocati negli altri colori.



Al momento di effettuare la vostra scommessa, osservate attentamente le carte che avete. Vi accorgerete presto che si tratta di un ottimo esercizio di ‘lettura della mano’.

Al contrario che nel Bridge classico, in questa variante non potete contare sull’aiuto del vostro compagno o del morto e una stessa mano potrebbe essere fenomenale in difesa eppure un vero disastro in caso foste voi il dichiarante.



Immaginate ad esempio di avere:



p: KJ97

c: AKQJ9

q: K

f: AQ10



Sarete tentati sicuramente di dichiarare “1 cuori” (sette prese con atout cuori). In realtà sapete, dalle carte giocate precedentemente, che il vostro avversario possiede:



p: AQ108

c: 7532

q: A2

f: KJ2



Il down è inevitabile, in quanto non potrete mai sperare di fare più di sei prese. Meglio stare zitti quindi e sperare che a parlare sia l’altro...

In controgioco, infatti, la vostra mano assume tutto un’altro aspetto. Potrete ‘contrare’ qualsiasi dichiarazione verrà fatta e aggiudicarvi dieci prese ‘di battuta’.



Anche la scelta del seme di atout, non è sempre così scontata. Con 7 carte a picche in mano vostra e 4 in mano all’avversario e 3 carte a cuori e chicane dall’altra parte, è spesso più conveniente scegliere le cuori che non le picche. In sostanza non è il palo più lungo la scelta migliore, bensì il seme in cui si possiedono più carte sottratte quelle in mano all’avversario.



Insomma, ‘Bridge in due’ si è rivelato in pochissimo tempo una sorpresa inaspettata, pieno di strategie complesse e di sottigliezze psicologiche che se anche non sono nulla a confronto con quelle del lontano cugino ben più affascinante e sofisticato, costituiscono lo stesso un ottimo modo per ammazzare il tempo e tenere la mente impegnata.

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