Racconti di Viaggio


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 Panta Rei
 by Alberto
data: 23/06/2005 
luogo: Transpacifica 

Panta Rei




Vista dallo spazio la Terra sembrerebbe avere un nome che non le rende giustizia.

Tutte le terre emerse messe insieme non occupano che tre decimi della superficie del pianeta e i continenti sono poco più che isole galleggianti alla deriva in un mondo ricoperto di acqua.



L’Himalaya, le Montagne Rocciose, le Ande sono solo piccole increspature sulla crosta terrestre se paragonate alla grande Catena Montuosa che giace sepolta nell’Oceano Atlantico e che collega il Polo Nord al Polo Sud per quasi quarantamila miglia.

Gigantesche montagne sottomarine si inerpicano dalle profondità degli abissi e solo sporadicamente lasciano intravedere le loro estremità sopra il pelo dell’acqua.

Le Azzorre giacciono sulla cima di vulcani estinti migliaia di anni fa e alti novemila metri.



Il nostro pianeta è fluido, le terre emerse ‘scivolano’ e il guscio continua ad accartocciarsi come la buccia di una mela che sta invecchiando.



Ma tutto scorre.



Basta uno sguardo nell’immenso bacino del Pacifico per comprendere che è questa l’area più torturata della Terra.

Qui il lavoro di costruzione non è ancora finito; un grande anello sottomarino circonda la Micronesia, la Melanesia e la Polinesia formando il cosiddetto ‘ring of fire’, e innumerevoli vulcani attivi modellano, modificano, e muovono la crosta terrestre senza sosta, dando origine ai quattro quinti dei terremoti del pianeta.

Il mondo è ancora giovane qui. Esattamente come cinque miliardi di anni fa, in questo punto, la terra sta nascendo e, proprio come allora, è dall’acqua che ha inizio la genesi.



Acqua.



Che cos’è questo elemento tanto comune quanto ancora incredibilmente misterioso?

Ogni goccia d’acqua che osserviamo esiste da sempre. Può evaporare, congelare, sciogliersi o sublimare ma, inevitabilmente, rimane sempre la stessa semplice molecola di tre atomi.

Così fragile, eppure indistruttibile.

La vita, come noi la conosciamo, è nata nell’acqua, dipende dall’acqua, contiene acqua. Noi tutti siamo acqua.



Gli scienziati ne descrivono le proprietà, a volte misteriose, spesso affascinanti e piene di paradossi.

La materia raffreddandosi, si contrae. L’acqua no. Appena pochi gradi sopra lo zero comincia a espandersi e a solidificare trasformandosi in ghiaccio: un solido più leggero del liquido.

Il ghiaccio galleggia sopra il mare proteggendo la vita sottostante dall’aria più fredda.

L’acqua fredda vicino alla superficie lascia lo spazio a quella più calda che si trova in profondità dando origine a maree termiche ascensionali che portano ossigeno, nutrimento e vita e impedendo così che tutti gli oceani del mondo, congelando, si trasformino in un unico immenso blocco di ghiaccio.



Un altro paradosso. L’acqua assorbe calore più velocemente di qualsiasi altra sostanza – è questo il motivo per cui la utilizziamo nei circuiti di raffreddamento dei motori – e tuttavia è anche quella che mantiene il calore per più tempo, permettendoci di sfruttarla come sistema di riscaldamento.



Acqua.



È l’elemento impossibile, il sogno degli alchimisti, il solvente universale. Piccoli ruscelli sono in grado di scavare canyon attraverso le rocce più dure e anche la più pura delle acque distillate non può rimanere tale in nessun contenitore, senza a un certo punto mostrare tracce chimiche dell’involucro in cui si trova.

Percorre tutto il pianeta sotto forma di gas assaggiando ogni cosa che incontra. Poi ritorna allo stato liquido precipitando in mare e riversando in esso tutte le sostanze che ha accumulato.



Una sola goccia è un oceano in miniatura che contiene tutti gli elementi chimici di cui ogni essere vivente è composto. È pertanto la vera essenza della vita stessa, il corriere divino nel quale la vita ha avuto origine e che continua a donare la vita.

È l’unica sostanza sul pianeta a poter coesistere in tutti e tre gli stati contemporaneamente.
Gas, solido, liquido.

Aria, terra e mare.

Respiro, carne, sangue.



Solo acqua.



Ancora un paradosso. Il mare che ha dato origine alla nostra esistenza, che ha trasformato una palla di fuoco in un ecosistema perfetto e autosufficiente, madre di tutti gli uomini e di tutta la vita in generale, è ancora uno dei luoghi più inospitali e inaccessibili per l’uomo.



Appena sotto la sua superficie un uomo potrebbe respirare con il semplice aiuto di una cannuccia, ma se si scende solo pochi metri più in basso è necessario l’ausilio di complicate attrezzature meccaniche in grado di erogare ossigeno e combattere l’enorme pressione della colonna d’acqua sopra di lui.

L’acqua che tanto efficientemente è in grado di assorbire calore – trenta volte meglio dell’aria – lentamente ma inesorabilmente è in grado di abbassare la nostra temperatura corporea assiderandoci.

A dieci metri di profondità l’ossigeno respirato in stato gassoso comincia a diventare velenoso e l’azoto tossico.

A cinquanta metri la normale miscela che compone l’aria che respiriamo in superficie – 21% ossigeno e 79% azoto - deve essere modificata artificialmente.

A duecento metri non esiste più miscela. Solo i palombari e i sommergibili possono portare l’uomo a quelle profondità. Uno spesso rivestimento in acciaio protegge l’uomo dal freddo e dall’incredibile pressione esterna alterando così la pressione relativa del gas respirato.

Ma a mille metri, duemila metri, cinquemila metri? Nessun metallo è tanto resistente da vincere una pressione così alta senza piegarsi e implodere e nessuna concentrazione di gas tanto compressa può somministrarci la quantità di ossigeno necessaria per respirare.



Eppure...



Eppure i pesci assimilano ossigeno dal mare... e un uovo che sprofonda negli abissi non implode.

Un atomo su due di acqua è un atomo di ossigeno e lacqua è l’unico elemento conosciuto assolutamente incomprimibile: più fine della sabbia, più duttile della terra, più resistente del metallo.



E l’uomo ha bisogno di ossigeno. E l’uomo è fatto di acqua...



Potremo mai tornare a vivere nelle profondità degli oceani come i nostri primitivi antenati?
E perché no? Dopo tutto l’uomo è ancora una creatura del mare.



Fin dalla nascita portiamo il mare dentro di noi.

Il liquido amniotico in cui un bambino cresce nel grembo materno è un mare in miniatura. La salinità di quel fluido è la stessa che il mare aveva quando comparvero i primi organismi e i minerali disciolti sono il primo nutrimento ancestrale.

Alla nascita egli conserverà quel sale nel suo sangue e quei minerali nelle ossa.

Le lacrime saranno il mare nei suoi occhi e il sudore il mare nella sua pelle.



Per tutta la vita osserverà lo spettacolo maestoso delle onde che si frangono su una scogliera con una strana emozione che neanche lui saprà spiegarsi.



I will go back to the great sweet mother,

Mother and lover of men, the sea.

I will go down to her, I and none other,

Close with her, kiss her, and mix her with me.

Cling to her, strive with her, hold her fast.

O fair white mother, in days long past

Born without sister, born without brother,

Set free my soul as thy soul is free (*).




Noi siamo il mare.



(*) Tratto da, “The Triumph of Time”, E. Swinburne

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