Presentato il libro delle lettere di Padre Chiti: “Ai suoi funerali la gente diceva che era morto un santo”

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È stato presentato ieri pomeriggio, 24 ottobre 2019, a Viterbo, il libro “Gianfranco Chiti, lettere dalla prigionia (1945)” curato dal viterbese Don Rinaldo Cordovani. La grande affluenza di pubblico ha costretto gli organizzatori a tenere la manifestazione culturale all’interno della chiesa, che a stento è riuscita a contenere le persone.

Impreziosito dalla prefazione scritta dall’Arcivescovo Santo Marcianò, Ordinario Militare per l’Italia, il volume raccoglie le lettere di Gianfranco Chiti scritte al cappellano militare Edgardo Fei mentre era prigioniero degli anglo-americani perché dopo l’8 settembre 1943 con i suoi Granatieri aveva aderito alla Repubblica Sociale Italiana.

Ha aperto la manifestazione Padre Flavio Ubodi, vice postulatore della causa di beatificazione di Padre Gianfranco Maria Chiti. “Ai suoi funerali la gente diceva che era morto un santo – ha ricordato  Padre Ubaldo – si è creato un movimento popolare spontaneo, è stata la gente a chiederlo. Sono stati ascoltati 63 testimoni e il 27 settembre scorso è stato emanato il decreto di validità giuridica del processo di beatificazione.” Padre Ubaldo ha ricordato il periodo militare trascorso da Gianfranco Chiti alla Scuola Allievi Sottufficiali di Viterbo. “È stato comandante ed educatore – ha ricordato –  frequentava molto la nostra chiesa e forse è proprio tra queste mura che ha maturato la decisione di farsi frate al termine della carriera militare. La figura di Chiti è legata a San Crispino. Entrambi hanno svolto il loro sacerdozio ad Orvieto e nel 1982, quando Crispino venne fatto Santo, Chiti diventò frate.”

“Dobbiamo ringraziare l’autore del libro – ha detto Padre Carmine Antonio De Filippis – perché ha curato un volume con una forte base scientifica e ci consegna la figura di Chiti, un militare dell’Esercito della RSI che operava per la pacificazione e il superamento delle fazioni. Chiti era un uomo del suo tempo e contemporaneamente un uomo d’altri tempi, che si è sacrificato per la Patria in nome di Dio. È durante la prigionia, scandita dal triste ricordo dei commilitoni caduti, che si avvicina a Gesù”.

Padre Ubaldo Terrinoni ha sottolineato la devozione di Chiti per la Madonna. “La definiva madre della nostra letizia – ha detto il frate – la Madonna è la stella che guida l’itinerario spirituale di Chiti, tanto che all’interno della Scuola Sottufficiali di Viterbo fece costruire una grotta simile a quella di Lourdes, dove pose l’immagine santa della Vergine Maria.”

Il cappellano militare, frate Cesare Bedognè, in servizio alla scuola Marescialli e Brigadieri dei Carabinieri di Firenze, ha tratteggiato la figura del sacerdote con le stellette e l’attività svolta oggi nelle caserme dai cappellani militari. “Gianfranco Chiti nel 1936, all’età di 15 anni, entrò alla scuola militare “Teulié” di Milano – ha ricordato il frate – e nel 1996, alla sua riapertura, sarà proprio lui a benedirla. Durante la prigionia Chiti sente il bisogno di dialogare con il cappellano militare e matura la decisione di farsi frate. Per Chiti l’uniforme militare prima e il saio poi, sono una seconda pelle.”

Le conclusioni sono state affidate al curatore del libro, il viterbese Padre Rinaldo Cordovani, che ha raccontato come è entrato in possesso delle lettere di Chiti al cappellano militare Fei. “Ho avuto questo epistolario da un granatiere, Giovanni Natalizi – ha detto Padre Rinaldo – prima di restituirle, fortunatamente ho fotocopiato tutto, perché l’epistolario successivamente è andato perduto e alla morte di Don Edgardo Fei sono andate smarrite anche quelle da lui inviate a Chiti. In un’intervista Chiti sottolineò di aver fatto sempre il suo dovere di Soldato, di Cristiano e di Italiano.”

Gianfranco Chiti nasce a Gignese (Verbania) il 6 maggio 1921. Nel 1936 entra alla Scuola Militare di Milano e nel 1939 nell’Accademia di Modena. Nel 1941 con il grado di Sottotenente è assegnato al Terzo Reggimento Granatieri di stanza a Viterbo. Ferito e decorato in Croazia, il 21 aprile 1942 parte per il fronte Russo dove riceve una medaglia d’argento e subisce il congelamento degli arti inferiori. Sorpreso dall’armistizio dell’8 settembre 1943 a Bagnoregio (Viterbo) con alcuni granatieri di dà alla macchia. Il 15 dicembre 1943 aderisce alla RSI e viene impiegato in operazioni di soccorso alle popolazioni di Pontinia. Successivamente svolge attività di presidio, sempre in un reparto Granatieri, a Milano, Reggio Emilia e Mondovì. Convinto della necessità di una pacificazione nazionale, effettua numerosi scambi di prigionieri e salva dalla fucilazione diversi partigiani. Dopo attacchi e agguati partigiani si adopera per evitare sanguinose rappresaglie, come accade ad esempio a Governara di Villa Minozzo (Reggio Emilia), al ponte sul torrente Secchiello, dove il 25 maggio 1944 sono assassinati in un’imboscata partigiana nove Granatieri e un Tenente della Guardia Nazionale Repubblicana.

Arresosi con l’onore delle armi a Baldissero Canavese, il 5 maggio 1945, due giorni dopo viene arrestato e imprigionato prima nelle carceri di Torino, successivamente nei campi di internamento di Tombolo, Coltano  e Laterina e infine liberato il 20 dicembre 1945. Sottoposto a processo di epurazione per aver prestato servizio nell’Esercito della RSI, viene assolto da ogni accusa. Rientrato in servizio nell’Esercito Italiano, farà una brillante carriera e sarà tra l’altro comandante della Scuola Allievi Sottufficiali di Viterbo, rispettato da tutti i suoi soldati che ancora oggi lo ricordano con grande affetto. Nel 1978, cessato il servizio, entra tra i frati cappuccini e viene ordinato sacerdote. Nel 1986 è tra i fondatori dell’Istituto Storico per la Storia della RSI. Nel 1990 è inviato a Orvieto e ricostruisce un convento abbandonato. Muore il 20 novembre 2004 e nel 2015 inizia il processo canonico per la sua beatificazione che si conclude positivamente il 30 marzo 2019.

 

 

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